Scimmie 猿 Saru

Tempo di lettura: 5 minuti

Consigliato con: una cioccolata calda



Sono andato sulle montagne di Nagano per ritrovare un po' di pace e vi ho trovato le scimmie. Quelle famose, che si fanno il bagno nelle sorgenti di acqua calda (onsen). Sono piccole e pelose, con gli occhi grandi e chiari, e la pelle del volto arrossata dal freddo. C'erano -14 gradi quando sono arrivato, ma era notte e non le avevo ancora viste. Quando l'indomani mi sono avviato alla piste da sci, le ho notate che ci guardavano da sopra gli alberi. I padroni dell'albergo ci avevano avvertiti di non lasciare le finestre aperte, anzi di chiuderle con la sicura perché se quelle entrano nelle camere fanno un casino pazzesco. Non avevano detto proprio così, erano stati molto più educati. Ci avevano anche avvertito di stare attenti, perché se le scimmie ci vedono armeggiare con lo zaino o anche solo un sacchetto di plastica, non ci pensano due volte a derubarci. Prima di prendere lo skilift, le ho guardate per un po', appollaiate sui rami innevati. Ho avuto l'impressione che ci stessero studiando per decidere cosa fare di noi.


Anche nel gestire lo skilift i giapponesi hanno un modo tutto loro. Tanto per cominciare, tutti fanno la fila con ordine e parlando a voce bassa. In cima alla fila, c'è un ragazzo che si occupa di accogliere gli sciatori. Quando arriva il tuo turno, questi fende l'aria con una mano a spatola per indicarti di avanzare fino alla linea verde. Poi, quando la seggiola arriva, lui, con una scopetta apposita, spazzola quel po' di neve che vi si è depositata sopra nel corso della discesa. Nel farlo, pone ancora la mano a spatola e ti chiede cortesemente di sederti. E poi si sale. Quando si arriva, c'è un altro ragazzo che si premura che nell'abbandonare la seggiola tu non inciampi, nel qual caso tutto si ferma per qualche secondo. Si fa tutta questa attenzione anche perché ci sono molti bambini. Alcuni sono così piccoli che sembra impossibile che possano farcela a scendere per tutti quei chilometri. E in effetti a volte si vede qualcuno discendere con i pargoli in braccio.


Qui e là sulla montagna sono sparpagliati piccoli alberghi e ristoranti dove gli sciatori si tolgono i loro vestiti colorati e si riscaldano con un piatto di spaghetti in brodo. Gli ordini si fanno premendo un bottone su di una scatola di metallo simile a un distributore automatico. Proprio come all'ufficio postale, il numero poi compare su una schermata, accompagnato dall'immancabile pi-pon, direi, non più che cinque minuti dopo che è stato effettuato l'ordine. Il cibo è come sempre economico e di qualità, anche se le porzioni sono un po' più grandi del solito. Anche i giapponesi, che pure mangiano poco rispetto a noi, hanno bisogno di un bel po' di calorie per discendere le loro belle piste.


Sono sceso per chilometri circondato dalle montagne innevate, di quella neve che le ha rese famose nel mondo: paudaa, la chiamano, la neve-polvere. Ricordo che durante il mio primo viaggio in Giappone incontrai una coppia di norvegesi, insegnanti di sci venuti a trascorrere l'estate sulle isole a sud di Okinawa. Mi dissero che in nessuna parte del mondo avevano mai visto neve così. Era da allora che avevo desiderato vedere di che si trattava. Se lo dicevano i norvegesi, doveva pur essere vero! Ho dovuto dar loro ragione. Anche dopo che migliaia di sciatori l'avevano schiacciata con le loro discese, la neve di Nagano era ancora soffice e bianca, quasi si fosse appena depositata. Ma questo non vuol dire che schiantarsi su di essa sia meno pericoloso.


Scendendo, ho sentito quanto fosse bello e al tempo stesso rischioso lasciarsi distrarre dalla bellezza del paesaggio. E mentre prendevo lo skilift per rifare un tratto particolarmente bello, ricordo che ho pensato che, tutto sommato, questo vale anche per ogni altro posto e per ogni tempo. Leggevo che Joshua Bell, uno dei più grandi violinisti del mondo, era andato a suonare all'ingresso della metropolitana di Washington travestito da musicista di strada. Nessuno, a giudicare dalla reazioni dei passanti, si era reso conto che quelle che stava suonando erano alcune delle più belle musiche mai scritte. Alla fine della sua performance qualcuno gli aveva, sì, dato un dollaro o due. Ma il punto è che chi fosse andato al suo concerto quella stessa settimana, per ascoltare quella stessa musica, avrebbe pagato cinquanta, cento volte tanto. E che dire di quelli che non si erano nemmeno fermati ad ascoltarlo? L'esperimento voleva suggerire, forse addirittura dimostrare, quanta della bellezza che abbiamo intorno sfugga alla nostra attenzione.


E questo vale, appunto, tanto per la musica che per il paesaggio. Sulla neve, lasciarsi distrarre può voler dire andare a sbattere contro i "mostri di neve", come li chiamano qui, alberi coperti di ghiaccio scolpito dal vento nella notte; o in fondo a un burrone per non aver saputo distogliere lo sguardo dal punto in cui la cima della montagna incontra una nuvola o il bianco sole delle vette. Per questo nella discesa, così come nella rat race, bisogna saper distinguere i momenti. Anche io ho fatto molta attenzione a non farmi male, a non finire fuori pista o a non andare addosso a qualcun altro. Sono arrivato alla fine della discesa tutto intero, ma non era mica detto. Erano dieci anni che non mettevo ai piedi uno snowboard.


Arrivando a valle, ho visto le scimmie di Nagano che razziavano un sacchetto di provviste in mezzo alla pista. Erano così buffe, eccitate e caotiche. Dopo aver trattenuto lo stupore per tutta la bellezza che mi aveva circondato per decine di chilometri di discesa, sono passato attraverso il branco esultando. Le scimmie si sono disperse sulle colline di neve ai lati della pista e lo sciatore derubato è andato a riprendersi il suo sacchetto. Ma io non lo stavo davvero guardando. Il momento in cui ho sciato tra le scimmie mi era impresso negli occhi come una fotografia.


Quando sono tornato in hotel, ho visto una scimmia appollaiata davanti alla mia finestra. Ci siamo guardati, e ho avuto l'impressione che in quei suoi occhi arroganti ci fosse il rimprovero per non aver lasciato aperta la finestra. Poi ho sentito un urlo provenire da una camera vicina. La voce della ragazza aveva qualcosa di disumano. Possibile che queste bestiole possano fare tanta paura? Quando sono uscito per andare a vedere, se ne erano già andate, ma la ragazza aveva fatto in tempo a fare una foto. Una foto anche piuttosto bella, che mi ha fatto vedere. Anche lei, pur nella difficoltà, era riuscita a trattenere un momento. Anche lei, grazie alle scimmie di Nagano.


Le scimmie di Nagano fanno razzia in una camera dell'albergo

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Rodolfo Maggio