Vizio 悪徳 Akutoku

Nella fioca e oscena luce di un Tit Bar, un bar delle tette, un giornalista americano sta cercando di raccogliere informazioni da un poliziotto. Ma fa fatica a capire, perché sulle ginocchia della sua fonte sta seduta una ventiquattrenne in topless che gli spinge i capezzoli sulle labbra. Le parole si storpiano in un mormorio incomprensibile, e per quanto il protagonista faccia attenzione, i continui mugolii della ragazza coprono quel poco che si riesce a sentire. Eppure di cose ne ha capite, Jake-San, l'autore di Tokyo Vice, uno dei più famosi romanzi sull'industria del sesso giapponese.


La storia che ci racconta è quella dei suoi anni allo Yumiuri Shinbun, il più prestigioso quotidiano del Giappone. Dopo aver studiato letterature comparate alla Sophia University, il giovane Jake riesce a farsi strada come reporter fino a coprire con le sue inchieste alcune delle più scabrose vicende del sottobosco tokyense. Storie di prostituzione, racket, riduzione in schiavitù; sparizioni, rapimenti, stupri, minacce di morte, suicidi, e omicidi. Come ogni buon americano ben convinto che salvare il mondo sia la missione di ogni, appunto, buon americano, usa le parole per gettare luce su un mondo coperto dall'ombra, dal non detto, e dal velo delle allusioni che suonano tanto come avvertimenti.


L'ho letto, come gli altri libri di cui ho scritto fino ad ora, per capire in che modo altri scrittori hanno saputo assolvere quelle che secondo me sono le principali funzioni dello scrivere le culture: intrattenere, ispirare, e informare. Come gli altri, ha fatto piuttosto bene, ed è per questo che mi trovo a raccomandare di leggere Tokyo Vice. Prima di tutto, perché lo stile giornalistico di Jake-San rende la lettura estremamente scorrevole: frasi brevi, paragrafi corti, parole semplici e ben scelte. Si vede proprio che si è allenato a dire molto in poco spazio. Ma c'è un problema con la scrittura da quotidiano quando viene trasportata in maniera troppo fedele alla pagina del romanzo. Per capirlo, è necessaria una piccola parentesi, diciamo, tecnica.


Quando scrivi così, stai sostanzialmente facendo passare poco tempo tra la lettura della frase precedente e quella successiva. L'attenzione del lettore viene continuamente spostata, soddisfando così il bisogno di nuovo e al tempo stesso quello di approfondimento. Ma, se tutte le frasi sono brevi, l'impressione che ne deriva è che ogni cosa abbia la stessa importanza. E ben presto nulla ha più importanza. L'occhio salta da una parola all'altra con metrica costante, talmente costante che il tono battente del reporter diventa presto una cantilena. Abbiamo la sensazione che l'autore non si stia rivelando, ma che ci stia usando: ci sentiamo gli utenti finali di un progetto realizzato con il freddo calcolo di chi deve vendere copie. E questo va contro una delle più importanti regole della scrittura: la sincerità. Non si può far finta di essere sinceri e sperare di non essere sgamati, a meno che non si abbia davvero una cattiva opinione dei propri lettori.


Tuttavia, la penna di Jake-San ha il merito di farci vedere con grande immediatezza quegli scorci del Giappone moderno che io stesso vorrei saper raccontare, e quindi ho tutto da imparare da lui. Ad esempio, quando racconta della scazzottata avvenuta tra lui e un collega del giornale. Erano usciti per una bevuta, insieme ad altri giornalisti, e le antipatie personali che durante il giorno si nascondono dietro alle scrivanie, nella notte vengono a galla man mano che la birra scende nella gola. Ed eccoli che si afferrano in mezzo alla strada e cominciano a prendersi a pugni, con i colleghi che cercando di tenerli, sbraitando parole così veloci e agitate che il povero Jake, per quanto studiato, non riesce a capire. E si ritrova così a temere che quella rissa gli costerà la reputazione, le sue prime poche amicizie, così importanti nella professione, forse perfino il posto. Ma invece, il giorno dopo, tutto è come se non fosse successo niente. All'università non glielo avevano insegnato, ed è per questo che questo libro è così importante.


È un libro scritto da uno che non solo ha vissuto per parecchi anni tra i giapponesi, ma è riuscito anche ad imparare la lingua abbastanza bene da farsi assumere nel più importante quotidiano della nazione, e a vivere e lavorare fianco a fianco con loro. Di storie da raccontare ce ne ha, eccome.


Stava con una ragazza giapponese, con cui fra l'altro si trovava bene. Ma come avviene a tutte le latitudini, anche lei era seccata dal fatto che il suo fidanzato fosse così preso dal lavoro da non avere abbastanza tempo per lei. Glielo fece notare, ma non servì. Gli diede un avvertimento, e lui promise che avrebbe cercato di esserci di più. Poi un giorno, rientrando, semplicemente non la trovò. Se ne era andata, ma quello che rende questa storia diversa è il come se ne era andata.


"Pedalai fino a casa che erano le due del mattino. L'appartamento era vuoto. Sul futon c'era un biglietto di I-chan: 'è finita'.

Le sue cose erano sparite. Aveva rifatto il letto e lavato i piatti nel lavandino, aveva persino lavato la vasca da bagno e portato fuori la spazzatura. Fu la rottura più beneducata di cui avrei mai fatto esperienza."

[Traduzione mia]


Se questo può sembrare un modo sorprendente di amare, quasi 'esotico' in un senso molto antropologico, bisogna cercare nel libro le parti in cui si parla di morte, per capire quanto può essere diverso questo mondo. Jake imparò che sulla scena del crimine i poliziotti giapponesi fanno caso se la vittima ha il capo rivolto verso nord. Se così è, può darsi che l'assassino abbia provato rimorso e abbia girato il corpo nella posizione ideale per il trapasso. Un tale dettaglio potrebbe aiutare a scoprire l'identità del colpevole. Chi poteva avere tanta considerazione? Di certo non un gaijin, uno che del passaggio nell'aldilà conosce solo la propria versione, non certo quella giapponese. E Jake ha imparato a conoscerla, ad esempio entrando nella stanza di un impiccato. Insieme a lui, in quella camera, scopriamo che i suicidi si tolgono le scarpe prima di entrare nell'altro mondo. Proprio come si fa per entrare in casa. È una questione di rispetto.


In un altro senso, è una questione di metodo. Jake-San ha capito questo dei giapponesi: "essi credono che esista un modo corretto di vivere, di amare, di portare una donna all'orgasmo, di tagliarsi il mignolo, di levarsi le scarpe, di colpire una palla da baseball, di scrivere un articolo su di un omicidio, di morire­, perfino un modo di uccidersi. Esiste un modo, un modo perfetto, di fare qualunque cosa."


E dopo averci mostrato fino a che punto il culto del 'metodo' possa spingersi, si sofferma a spiegarcene le origini (per non più di un paragrafo, ovviamente, come prescrive il suo, di metodo): c'è un concetto, detto "La Via", che precede ogni arte: la via dell'arco (Kyuūdō), la via del guerriero (Bushidō), la via della cedevolezza (Judō). O meglio, che la segue. Il concetto è infatti espresso in quella breve sillaba, , che racchiude al suo interno una parte così fondamentale del modo di pensare giapponese.


Eppure leggere questo libro non è stato così facile come forse ho dato l'impressione finora. Oltre a quella trappola che non si aspetta chi crede di aver imparato a scrivere solo perché gli hanno detto che basta farlo con frasi brevi, c'è un altro, molto più fondamentale problema di questo libro: i personaggi. Non me ne ricordo quasi nessuno. E questo perché anche loro, in questa serie di paragrafi corti, sembrano uno uguale all'altro. Jake cerca di farceli ricordare dando loro nomi fortemente riconoscibili, come Ciclope, Harry Potter, o Alieno. Basta guardare queste parole per avere un'immagine chiara, nella nostra mente, di che aspetto possano avere questi soggetti. Ma sappiate che quel che stanno lasciando a voi non è diverso da ciò che hanno lasciato a me:


nomi, nient'altro che nomi dietro ai quali non si scorge che una controfigura. Ed è questa la più grande fregatura di chi crede di voler raccontare una storia quando in verità non vuol parlare di altro che di sé stesso. Alla fine, tutti quei personaggi non sono che sosia dell'autore; parlano perfino con la sua voce, e quando appaiono sulla scena non ricordiamo nulla di loro, se non che, come loro, di sconosciuti ce ne sono tanti altri nel romanzo. E questo è un bel problema.


Pensateci: che cosa vi è rimasto dei romanzi che avete letto? La storia? Complesso ricordarla. L'ambientazione? Forse, ma cambiava, presumibilmente. L'atmosfera? Certo, quella di sicuro lascia una traccia, ma è davvero questo a cui vi siete più affezionati? Non sono forse i personaggi ciò che più conta in una storia? Quelli che vi sembra di aver conosciuto, quelli di cui ricordate il viso, la voce, persino l'espressione che avevano nello sguardo quando, in una scena, la storia si è ribaltata; non è forse questo che rende un libro una delle vostre migliori esperienze di vita? Io credo di sì, ed è per questo che mentre scrivo, in questo piccolo bar del centro, accanto a me, ci sono Adriano, Raskol'nikov, Zarathustra, il colonnello Buendía, Watanabe, e tutti gli altri.


La sola ragione per cui perdono a Jake-San di non aver saputo scrivere meglio è che mi ha regalato, invece che personaggi memorabili, spaccati indimenticabili della Tokyo contemporanea, storie che solo uno che ci ha vissuto può raccontare. È per questo che, 13 anni fa, ho cominciato a viaggiare. Volevo imparare a fare altrettanto. Se ci sono riuscito, se mai ci riuscirò, solo chi legge potrà dirmelo. Ma se sono qui a esercitarmi è perché è certo ci proverò, che continuerò a provarci, che farò del mio meglio. Come sempre. È questo il mio vizio. Di certo non il solo. Ma è quello di cui sto imparando a parlarvi, senza davvero più nessuna vergogna.



LIBRI


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Rodolfo Maggio