Tempio 寺 Tera

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Consigliato con: un bicchiere di acqua fredda


Un signore e una signora parlano alla stazione di Kyoto

Sono in giro per il Kansai a visitare etnografi del Pacifico, in particolare alcuni basati a Kyoto, Kobe e Osaka. È sempre bello venire in questa zona; prendere lo Shinkansen, con le sue comode poltroncine sempre perfettamente pulite. Mentre aspetto sulla banchina, le guardo le signore vestite in grembiulino rosa posizionarsi di fronte al segnale apposito, che indica che esattamente lì si aprirà la porta del treno. Già Fosco Maraini faceva notare quanto tempo si risparmi ad avere l'ingresso alla stessa altezza della banchina. In pochi minuti le doviziose fatine del treno proiettile hanno passato i loro panni in microfibra e spruzzato i loro prodotti germicidi dal profumo quasi impercettibile, e lasciano ordinatamente i convogli. A quel punto il capotreno e i suoi sottoposti, impettiti, a distanza regolare lungo la banchina, annunciano ai passeggeri che possono cominciare a imbarcarsi. E anche qui il people-watching è un vero piacere.

Anche se c'è molta varietà, sul treno ci sono alcune figure più comuni di altre. Di solito chi viaggia sul treno proiettile tra Tokyo e Kyoto è un professionista dai trent'anni in su. Il tipico vicino di posto è un elegante uomo ben rasato, pettinato, occupato, e beneducato. I suoi vestiti sono così puliti che sembrano appena acquistati. La sua cravatta è così ben annodata da dar l'impressione di essere stata scolpita da una stampante 3D su di un materiale misto di crema di calle e seta. Il suo viso, benché invecchiato dal lavoro, è sano come se il suddetto fosse appena uscito da una sessione di massaggi, saune e bagni freddi. Il che è del tutto possibile, vista la cura del corpo che hanno qua.


Chiaramente, ci sono anche uomini così brutti e maltenuti che vien voglia di guardare altrove. Ma sono molto rari, e lo stesso vale per le donne. La cosa non dovrebbe sorprendere, anche se non si tratta affatto di un privilegio genetico o di una supposta superiorità biologica. È tutta una questione culturale. Se a una qualunque popolazione femminile viene trasmesso il valore del corpo come tempio in cui la natura deve fare il proprio corso, e non come mero bozzolo che un giorno andrà buttato via (quale è nella tradizione cristiana) ecco che si creano già le condizioni per una maggiore cura dello stesso. Se poi a questa popolazione si insegna che mangiare è qualcosa di sacro in quanto appunto momento di contatto con la natura, ecco che tante di quelle abitudini che fanno ingrassare ed imbruttire vengono meno: non si mangia di fretta, non si mangia distrattamente, non si sgranocchia fuori dagli orari del pasto, e soprattutto non si mangia tanto. Già solo così aumenta la possibilità che la prevalenza di donne deformate dalle cattive abitudini sia statisticamente inferiore rispetto a luoghi in cui il corpo viene trattato come bieco contenitore. Ma non è solo una questione di corpo. Se a queste fanciulle si insegna anche che bisogna essere graziose, e che in riconoscenza per la bellezza che aggiungono al mondo verranno ricompensate con amore e ammirazione, ecco che a renderle gradevoli alla vista non è solo il corpo ma anche l'uso che ne fanno. I gesti, anche i più impercettibili, incarnano ideali di modestia, grazia, e un'idea di femminilità che per qualche ragione ci siamo così tanto impegnati a demolire altrove. Se poi si aggiunge il fatto che vestono con un gusto delizioso, non sorprende affatto che sia tanto bello prendere lo Shinkansen e guardarle, accanto ai loro corrispettivi maschili, non meno gradevoli allo sguardo, mentre quietamente tormentano il telefono.


Ma una volta a Kyoto mi sono soffermato a guardare non già una ragazza o una giovane donna, bensì una vecchina. Mi stavo recando nei pressi del mercato di Nishiki per incontrare la presidentessa della Società Giapponese di Studi del Pacifico. Stavo percorrendo la strada che costeggia il complesso di templi buddisti di Higashi Hongan-Ji, dove si trova una delle più imponenti palazzi in legno del pianeta. Il marciapiede era relativamente sgombro e si notavano soltanto alcuni turisti sparpagliati lungo tutta l'estensione delle mura del tempio. E questa vecchina che ogni pochi metri si fermava a raccogliere una cartaccia. Indossava un cappellino alla pescatora di un viola scolorito, e un cardigan verde acqua sopra una gonna consumata, ma pulita e stirata. Camminava curva, cercando di tenersi calda col colletto della veste. Tirava un vento molto freddo e tutto avrei fatto quel giorno tranne che mettermi a raccogliere rifiuti. Ma ho dovuto seguire il passo della vecchina perché quel che stava facendo mi incuriosiva parecchio. Non sembrava del tutto a posto, e anzi i gesti scoordinati e le smorfie del viso suggerivano che qualche rotella le si fosse allentata. Ma fossero tutti così, quelli che perdono un po' di senno! Non disturbava nessuno ed era pronta ad avventurarsi fin dentro ai cespugli e alle siepi del tempio per andare a recuperare una lattina o un vecchio ombrello abbandonato. E mentre pensavo che doveva essere un po' matta, mi resi conto che se la stavo seguendo da vari minuti probabilmente anche io non ero tutto giusto. Ad un certo punto ho fatto per attraversare la strada, cercando con lo sguardo la luce del semaforo. Quando mi sono voltato, solo per salutarla col pensiero, si era volatilizzata.


Ma proprio nel punto in cui l'avevo vista l'ultima volta, aveva abbandonato una busta. Per un momento, ho lasciato perdere quel che stavo facendo e il posto in cui mi stavo recando, e sono andato a vedere da vicino. Era una busta consumata, vecchia, spiegazzata, ma pulita come la persona che l'aveva lasciata. Il contenuto era abbastanza spesso. Si trattava di fotografie, scoprii sollevando l'apertura: fotografie di passeri sui rami degli alberi. Le ho guardate una ad una, cercando di dare un senso a quel che stava succedendo. Era tutto così bello e incomprensibile. Non ci sono riuscito, a darvi un senso, e non penso che, ora che sto scrivendo, ne avrebbe molto di più riflettere ancora sul significato di contenuto e contenitore, sul fatto che il modo in cui trattiamo il corpo e l'aspetto che esso ha, spesso sono in corrispondenza con quello che siamo. Ma forse è vero, che quella vecchia donna, dentro un involucro consumato, dentro quel corpo tremante e quel viso segnato dalle rughe e dalle smorfie, aveva un volo di uccelli.



La prova che la realtà ancora una volta ha superato la fantasia

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Rodolfo Maggio