Fasullo 偽物 Nisemono

Aggiornato il: 14 feb 2019


Lingua di coccodrillo e negronoide

Tempo di lettura: 4 min.

Consigliato con: un negroni


Nisemono. Fasullo. Questa volta siamo andati, senza Harumi, in un bar ispirato al tema delle investigazioni poliziesche. La porta d'ingresso era ricoperta di nastro giallo con scritto KEEP OUT - POLICE LINE - DO NOT CROSS. Entrando siamo stati accolti dal proprietario (un vero investigatore privato), dal suo assistente (ovviamente basso e tarchiato), e la sagoma di una vittima sul pavimento. Ci siamo seduti al bancone e abbiamo ordinato un negroni e un succo di frutta. Superfluo specificare chi ha preso cosa. Superfluo forse sarebbe anche dire che sono rimasto deluso dal negroni, ma forse no, altrimenti perché lo avrei provato? Per dare una possibilità, come sempre. Ho pensato che valesse la pena cominciare a pensare a questo bar come a un'altra fonte di ispirazione per un romanzo ambientato a Tokyo. Quasi stesse leggendo i miei pensieri, il proprietario, un bell'uomo in camicia e gilet, pettinato come un attore degli anni '30, ci ha offerto di leggere il rapporto di una delle sue investigazioni.


Il rapporto era di una settantina di pagine, ognuna contenente svariate fotografie scattate a un tizio la cui identità era protetta da un quadrato di pixel. Lo si vedeva fumare al balcone, poi uscire di casa, camminare fino alla fermata della metropolitana e sparire dietro alle porte scorrevoli. Nelle pagine successive ricompariva in un'altra stazione, si guardava intorno e poi incontrava una donna. Insieme, i due andavano in un negozio e compravano qualcosa. Nella pagina successiva c'era un resoconto di quello che avevano comprato e perfino di quello che avevano osservato e che alla fine non avevano scelto. A quel punto cominciò a essermi chiaro di cosa trattasse quella investigazione. Quando poi arrivammo alle foto della ruota panoramica, non ebbi più dubbi. Non si trattava d'altro che di un tradimento. Un uomo sposato che usciva con un altra, né più né meno di questo.


Le storie non arrivano così facilmente, pensavo mentre sgranocchiavo delle fette di lingua di coccodrillo abbrustolite. Ecco, questo potrebbe essere un dettaglio divertente da inserire in una scena ambientata in un locale come questo. In fin dei conti, anche i dilettanti possono a buon diritto far parte delle storie. Umberto Eco li infila un po' in tutti i suoi romanzi, primo fra tutti forse Il cimitero di Praga. Qua e là si trovano personaggi che si improvvisano in ruoli che vorrebbero impersonare, ma senza mai arrivarvi veramente. In particolare, Eco si divertiva a rappresentare gli ignoranti e i teorici del complotto. Io, se dovessi fare la caricatura di qualcuno, di certo sarei molto meno compiaciuto e molto meno severo, anche perché il pulpito da cui parlo è molto, molto... molto più basso. Eppure, anche da qui riesco a vedere oltre il bancone di questo bar.


L'investigatore privato che gestisce questo locale è un dilettante nella misura in cui tutto quello che ha fatto non si distacca dal territorio della mediocrità. Le sue investigazioni, come quella con cui si è messo in mostra, non sono che storie banali quanto possono essere banali gli esseri umani quando la loro vita è banale: una storia d'amore che, appena viene meno il volo dell'amore stesso, plana inesorabilmente verso un'altra storia d'amore destinata a volare ancora più in basso. Non c'è abbastanza in questa investigazione da farmi scoppiettare i neuroni, così come nelle vite di queste persone non c'era abbastanza da dar loro una ragione per scegliere. Eppure ce ne sarebbero di storie, là fuori, da andare a cogliere e valorizzare fino a renderle eterne. Eppure, eppure, eppure. Che sia la paura di non saper fare abbastanza bene che porta la gente a ripiegare sempre sulle seconde scelte? Lo penso mentre finisco questa sottospecie di negroni, questo negronoide. Neanche questo ha saputo fare.


Eppure una cosa gli viene bene. Sono entrate quattro o cinque ragazze che, mentre studiavamo, si sono sedute accanto a noi e non hanno fatto che ridere e cinguettare da quando il nostro investigatore-barista-commediante si è messo a raccontare. È veramente bravo. Fa tutte le cose che dovrebbe fare un buon cantastorie. Il ritmo, la voce, le pause, le battute, tutto si collega con una maestria che non si acquisisce né per caso né con il duro lavoro. È un talento naturale che certe persone hanno, e lui ne ha un sacco. Le ragazze sono agganciate come tanti pesciolini al suo amo e lui con la fabulazione può portarle dove vuole. Racconta che quella donna che lo aveva assunto affinché scoprisse dove se ne andava il marito infedele, una volta viste le foto, decise di non separarsi. Nel dir questo, il proprietario del bar attenua la voce e chiede "Perché?" Le ragazze hanno quel punto di domanda stampato in mezzo agli occhi e quando capiscono che la risposta non verrà subito, cominciano a bisbigliare tra loro le possibili ragioni per quell'inaspettato esito delle indagini.


Intanto io e Yukari abbiamo finito di distinguere tra verbi transitivi e intransitivi, e finito anche la lingua di coccodrillo. Ho preso un gin tonic per lavare via il sapore di sapone che mi ha lasciato il negronoide. Un gin tonic è difficile sbagliarlo, dai. Sorseggiando e chiacchierando con Yukari, una parte del mio cervello è impegnata in un'altra conversazione. Sto pensando a quella categoria di giapponese che Maraini definiva "del nuvolaio sfaticato, del trovatore imprevidente e spensierato che ha sempre la sua canzoncina per ogni gioia e dolore, la sua sentenza consolante per ogni tristezza, che ama i prati, i ciliegi in fiore, le "sette erbe dell'autunno", gli aceri dalle foglie rosse, le gite in barca, il sakè, le donne, le compagnie allegre, e pur proponendosi di mutar vita l'indomani, non muta mai; finendo per scendere in miseria, ma sempre cantando, nella tomba." Sto pensando che il proprietario del bar assomiglia un po' a questo tipo d'uomo, ma che è anche diverso. La sua capacità imprenditoriale lo ha reso capace di monetizzare più che bene la sua pur scarsa mercanzia. Basti pensare che abbiamo speso quasi 7000 Yen in due per quelle scarse prelibatezze. Non finirà quindi in miseria, forse. Ma così come la sua ricchezza materiale resta radicata in questo business senza troppa sostanza, anche le sue storie, e quindi in ultima analisi, la sua storia, non è una bella storia da raccontare.


O almeno non ancora.

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Rodolfo Maggio