Burocrazia 官僚 Kanryō

Aggiornato il: 14 feb 2019

Tempo di lettura: 5 minuti

Consigliato con: una tisana


Salgo sull'autobus. Ci sono posti liberi ma sono tutti accanto a delle donne o delle ragazze. Ho il timore che possa loro dare fastidio sedere accanto a me. Quindi evito e resto in piedi. Non mi dispiace. Anzi, mi sento bene. Mi sembra di stare contribuendo all'armonia che regna su questo piccolo rettangolo semovente di mondo. Sento di saper ignorare quella sensazione di spleen che provano gli immigrati e i reietti, quella vergogna immotivata, quel castigo incomprensibile per il fatto di essere diversi. Oggi non mi costa fatica far finta di non sentire tutto questo. Sono diverso, lo so, e non voglio dare fastidio. Ma cosa potrei dire tra un anno? Forse è questo che fa impazzire certa gente, che li fa dire che i giapponesi sono razzisti. Io non lo penso. Saranno anche un po' altezzosi, alle volte. Avranno anche molte buone ragioni per sentirsi superiori. Avranno anche molte ragioni per considerare un italiano, un americano, o un messicano, inferiore. Ma io non credo che diano ascolto a queste ragioni. Non penso che i giapponesi siano razzisti, ma da ogni parte sento dire il contrario. La verità è che non lo so, e quindi nel dubbio cerco di non incomodarli. Sono a casa loro, dopotutto, e non vorrei disturbare.


Accomodare gli altri è una caratteristica tipica di questo popolo. Forse anche per questo sento che è mio dovere far quanto posso per non dare fastidio. D'altra parte, sono stato io stesso oggetto di questo trattamento quando sono sceso dall'autobus e sono arrivato al Shinjuku-ku shiyakusho, il palazzo del comune in cui vivo. Dopo aver rimandato per troppi giorni, ieri sera mi sono finalmente deciso ad affrontare la famigerata burocrazia giapponese, da solo. Prima di arrivare, il piano che avevo stabilito col mio supervisore era di venire a svolgere queste faccende con lui, il primo giorno, ma quando sono arrivato a Waseda dall'aeroporto, ero molto stanco e quelle tre o quattro faccende amministrative che abbiamo espletato all'università erano state sufficienti per farmi venire fame. Così, avevamo cambiato idea, abbandonato il piano di andare in banca e allo shiyakusho e siamo andati a mangiarci una ciotola di ramen in un vecchio ristorante vicino all'università. "Anche i miei genitori venivano qui a mangiare", mi avrà ripetuto tre o quattro volte, tra le nuvole calde di brodo fumante.


Questa mattina, consapevole di quel che mi aspettava, ho fatto una lista dei termini che mi sarebbero serviti allo shiyakusho. Prima di tutto, juminhyo per chiedere i documenti di residenza. Poi kokumin kenkō hoken, per l'assicurazione sanitaria. E infine kokumin henkin per la pensione. Quando attraverso le porte dello shiyakusho, un uomo sulla sessantina, vestito come la guardia giurata di un albergo di fascia alta, alto circa un metro e settanta e ben piantato sui piedi, s'inclina leggermente, al tempo stesso abbassando il capo e avvicinando l'orecchio. Dico, incerto: Jumihyo wo shinakereba narimasen kedo. Lui capisce e senza esitazione pronuncia quell'hai come se scattasse sull'attenti, mi indica la direzione con la mano a spatola, e attende che io mi incammini per tornare a riposo. Lo ringrazio e procedo, vedendo con la coda dell'occhio che torna alla sua posizione. Eppure è umano, penso sorridendo.


Ripeto la stessa frase alla signorina: juminhyo wo... E lei mi da un bigliettino con su impresso un numero, un codice QR e la richiesta di aspettare gentilmente il mio turno. Mi porge anche un formulario da riempire, cosa che faccio diligentemente chino su di un tavolo adatto a persone mediamente più basse di me di venti centimetri. Mentre intuisco il significato dei kanji sul formulario e riempio gli spazi vuoti con la mia migliore calligrafia, odo intorno a me i suoni soffici, azzurri e rosa, che indicano questa o quell'altra cosa. Sono i pi-pon come li chiamano loro, nient'altro che una versione nipponica dei nostri beep e delle suonerie. Ma qui il suono del tabellone dei numeri ha qualcosa di... non so come dire. È come se fosse fatto apposta per non allarmare, ma avvertire semplicemente, come quando ti mettono una mano sul braccio per farti notare che ti sei appisolato davanti a un film e che è ora di andare a letto.

È talmente calma la situazione che davvero molta gente si appisola. E rischierebbero di perdere il turno, se non ci fossero delle signorine che scrupolosamente vagano senza sosta tra le panchine della sala d'attesa sussurrando con voce gentile e quasi coquette "hyaku ni ju san no bango wo furete omachi okyakusamaaa", cioè "nostro stimato ospite che aspetti con numero 123". Quando lo trovano gli dicono, sempre con voce gentile per quanto anche un po' stanca (chissà da quanto hanno cominciato il turno): "guardi che la stiamo chiamando; prego, venga da questa parte; la ringrazio per l'attesa". Attendo il mio turno osservando tutto questo e un senso di profonda gratitudine mi pervade. Sono felice di stare lì, con un numero in mano, con i documenti, ad espletare faccende burocratiche. Ad aspettare il mio turno. Così felice che mi sale dalla pancia una piccola voglia di piangere. Possibile?


Possibile essere così felici per il fatto di star facendo delle commissioni all'ufficio comunale? È la contemplazione della gentilezza che mi fa questo effetto. E dimostra quanto mi manca, di quanto ne ho bisogno. La vedo dovunque: in quel piccolo rettangolo di tessuto appoggiato sul lato destro di ogni postazione; serve allo "stimato ospite", così che possa appoggiarvi il manico dell'ombrello ed evitare che questo scivoli e cada per terra; lo vedo in quelle tre paia di occhiali di colori diversi (gialli, rossi, blu) adagiati ciascuno dentro a una scatolina di cartone sul lato sinistro di ogni postazione; sono per le persone che non riescono a leggere bene i formulari e potrebbero aver dimenticato gli occhiali; lo vedo nel modo in cui mi hanno spiegato le cose che non capivo, facendo in modo che anche se si trattava di termini come "inoltro", "certificazione" e "conferma", che ancora non conosco, io potessi ottenere quello per cui ero venuto. Quando poi una delle signorine ha cominciato a girare tra di noi con un ombrello in mano, e con voce appena sopra il livello normale a chiedere alle persone di ogni panchina "è l'ombrello dei nostri stimati visitatori?", allora ho dovuto scegliere se piangere o scrivere.


"Questo è amore" scrivo sul mio diario in modo quasi febbrile. E mi sento come Salieri quando nel film di Miloš Forman si sente dire da Amadeus che a giudicare dalle loro opere gli italiani non sanno davvero che cosa sia l'amore. L'ho sempre pensato. L'Italia sarà anche un bel paese dove ambientare Romeo e Giulietta, come fece il buon vecchio Scuotilancia, ma dove la gentilezza, la cortesia e la buona educazione sono sparite da tempo. Ripenso alla frustrazione che mi provoca essere interrotto mentre parlo perché tutti alla nostra tavola sembrano stati educati alla scuola di Amici di Maria de Filippi; ripenso a quando sono stato trattato come poco più che un rifiuto umano al consolato italiano di Londra; e ripenso a tutte le volte che qualche cafone si è buttato dentro al treno della metropolitana senza aspettare che io e gli altri scendessimo. Ah, come avrei voluto ... come fantasticavo di usare i metodi del peggior fascismo per eliminare i maleducati dalla faccia della terra, come avrebbe fatto Thomas Harris, preferendo inventare Hannibal Lecter.


Eppure non è sempre stato così. Le cose cambiano. Fosco Maraini in Ore Giapponesi scriveva che un suo amico ebbe a dire: "In Giappone è tutto difficile. Se non è difficile è faticoso. Se non è faticoso né difficile, è carissimo." Raccontando di come ho sbrigato le mie pratiche con gioia e senza spendere uno yen, credo di aver dato sufficiente dimostrazione di quanto ciò non sia più vero.


Tokyo, 15 gennaio 2019

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Rodolfo Maggio