Aspetti calanti in Sol Levante


Tempo di lettura: 6 minuti.

Ideale con: un tè verde.


Se dovessi tracciare un giudizio generale direi che Sol Levante di Michael Crichton mi è piaciuto abbastanza, se non altro perché sono riuscito ad arrivare alla fine senza troppo sforzo. Ma in fin dei conti questo è il minimo che ci si possa aspettare da un thriller.


Dal punto di vista strettamente contenutistico, si tratta di una invettiva contro la cultura commerciale giapponese rappresentata come spregiudicata, sleale e tinta di un senso di superiorità morale e razziale. Nella fattispecie, si fa riferimento al dibattito accademico, politico e pubblico che ha avuto luogo negli Stati Uniti durante gli anni del cosiddetto "Miracolo Economico" giapponese, dibattito che ha riguardato il crescente potere che i conglomerati industriali nipponici (keiretsu) si conquistarono in territorio americano. La straordinaria crescita economica del dopo-guerra permetteva loro di comprare le aziende americane messe in difficoltà dalla loro minore competitività, in particolare nel settore dell'alta tecnologia. Mentre sulla stampa e nelle riviste accademiche erano in molti a criticare la vendita ai giapponesi dell'high-tech americano, dall'altra Washington sembrava incapace di tradurre questo malcontento in azioni politiche (si presume, perché i locali politici prezzolati si lasciavano corrompere con regali, iscrizioni a prestigiosi Country Club, e trattamenti di vario tipo).


Con una storia, Michael Crichton ha voluto contribuire a questo dibattito, fra l'altro in maniera tutt'altro che implicita, nel senso che i riferimenti a quel che succedeva in America in quegli anni non sono pochi nel romanzo e sono scritti con tale durezza da far sembrare il libro una vera e propria denuncia della molle politica economica americana, da una parte, e di quella ben più aggressiva dei giapponesi dall'altra. Le sue posizioni erano molto chiare: l'America si sta svendendo al Giappone e non dovrebbe, non solo perché deve mantenere la propria sovranità, ma soprattutto perché la gente da cui si sta lasciando comprare è tutt'altro che brava gente: razzisti, affaristi senza scrupoli che con i loro metodi spregiudicati stanno effettivamente facendo la guerra al popolo americano. Le loro aggressive pratiche di acquisizione, corruzione dilagante e perfino i crimini violenti sono degni, per come vengono rappresentati, di un'organizzazione mafiosa più che di un partner commerciale. "Per i giapponesi gli affari sono una guerra", non fa che ripeterci incessantemente l'autore. L'America viene invece ritratta, come spesso accade nella letteratura a Stelle & Strisce, come una nazione di integerrimi eroi solitari il cui operato, ahimè, viene reso meno efficace dalla presenza di alcuni, pochi ma determinanti, soggetti la cui morale può essere facilmente acquistata a buon mercato.


In altre parole, i personaggi principali non sono che rappresentazioni di quegli stessi atteggiamenti tenuti dagli stake holders all'interno del dibattito succitato, o almeno secondo una visione America First che funziona sempre. Sebbene mi abbia molto disturbato la maniera in cui Crichton descrive i giapponesi come razzisti e senza scrupoli, questo mio disturbo è stato parzialmente diminuito dal supporre che tale scelta letteraria avesse lo scopo di dare al lettore un più facile accesso a dibattiti specialistici di antropologia del business, politica economica, cultura giapponese, storia e psicologia. Tenendo presente questo aspetto, lo si potrebbe forse scusare: lo ha fatto per venire incontro a un lettore non proprio forte, uno che altrimenti non si sarebbe mai avvicinato a una tematica così interessante e tuttavia così complessa da richiedere studi approfonditi. Tenendo a mente questo tipo di pubblico, Crichton ha messo in appendice anche una bibliografia per chi volesse saperne di più. Sarebbe stato più corretto, tuttavia, includere anche fonti che sostenessero una tesi diversa dalla sua. Ma sono le sue idee ed è giusto che le esprima, anche se... anzi, soprattutto se possono dare fastidio.


C'è però un altro aspetto della narrativa di Crichton che mi porta invece a pensare che egli non sia affatto scusabile dell'aver dato ai giapponesi dei razzisti, degli spregiudicati affaristi e dei corruttori, e cioè quella che sembra a tutti gli effetti essere una forma di misoginia, un comportamento linguistico e psichico che non di rado caratterizza chi tende a generalizzare in termini di cultura, genere, e diversità di idee. Le donne che in Sol Levante ricoprono un ruolo mediamente importante sono: la vittima (una escort), la figlia (una bambina di tre anni che fa i capricci anche in momenti in cui si gioca tra la vita e la morte), l'ex-moglie (una carrierista che mette l'automobile, le vacanze con l'amante, e il prestigio prima della figlia), e la donna di servizio (che si prende cura della suddetta figlia quando il protagonista è intento a salvare il mondo). Tutte le altre donne non sono che figure sullo sfondo. In altre parole, in questo libro le donne o sono sgualdrine, o sono opportuniste, o sono serve, o sono bambine, o non contano niente. L'eccezione che conferma la regola è Theresa Asakuma, una hafu (mezza giapponese, mezza gaijin) il cui padre era un niguro e che a causa di una malattia genetica è pure deforme. Essere Theresa in Giappone, sembra dire Crichton, è un po' come essere gay, ebreo e comunista nell'Italia del ventennio (un'Italia che peraltro pare piacesse non poco ai giapponesi dell'epoca). Theresa, in altre parole, offre all'autore un'altra occasione per parlare ancora male dei giapponesi, e per dare almeno a una donna delle caratteristiche eroiche che altrimenti nessun personaggio femminile nella storia avrebbe. È un modo per rinforzare una tesi da una parte e smarcarsi dalle critiche dall'altra, si potrebbe sostenere.


Lo stesso vien voglia di dire quando si leggono le rare invettive contro l'America, contro i suoi bellimbusti freschi di laurea ad Harvard che non sanno combinare nulla in azienda, contro la sua incomprensibile furia di vendere al miglior offerente, contro la sua tendenza a giudicare dall'esterno. Ma mentre questa condizione viene descritta con affetto, con il senso tragico di qualcosa di bello che decade, lo stesso non si può dire dell'infido nemico giapponese. Sembra quasi di avere di fronte una di quelle vignette dell'epoca, con le caricature dei tipi ideali da una parte e dell'altra della trincea, fin troppo esplicitamente rappresentativi delle virtù e dei vizi umani. Alla fine, quindi, tutto si riduce al più comune dei peccati: la vanità. Buoni noi (fin troppo, così tanto che gli regaliamo il nostro paese...) e cattivi loro (ma quando è troppo è troppo!). Forse non è proprio il momento migliore, politicamente, per criticare un simile atteggiamento. Ma chi se ne frega? Io credo che questo non sia altro che bieco etnocentrismo.


Per queste ragioni, la mia valutazione delle due principali caratteristiche di questo libro sono le seguenti.


(1) L'operazione "Thriller Antropologico" è riuscita, nel senso che si esce da questa lettura con un'infarinatura molto generale dei contenuti e dei toni del dibattito sulla presenza delle aziende giapponesi su territorio americano, sul loro modo di fare affari, e sulle caratteristiche tipiche della cultura giapponese. Per il lettore di thriller leggermente più esigente, che non si accontenta di una storia di intrattenimento per i suoi pomeriggi sotto l'ombrellone ma vuole anche imparare qualcosa, questo è un buon prodotto. Ma non deve essere un lettore dotato di abbondante spirito critico, altrimenti i suoi pomeriggi saranno tutt'altro che rilassanti.


(2) Se l'intento era dare al lettore anche degli strumenti per comprendere con saggezza i temi appena menzionati, no, l'operazione non è riuscita. Con "saggezza", intendo equanimità, profondità di pensiero e spirito critico, la capacità cioè di soppesare le argomentazioni, soprattutto quelle del nostro ideale avversario, e saper prendere posizione, in maniera, sì, netta, ma liberi da emozioni negative quali il risentimento, l'odio, o il disprezzo che sono appunto caratteristiche imprescindibili del razzismo e della misoginia. Non bisogna mai dimenticare che le storie sono fatte di emozioni. Bisogna fare attenzione ai sentimenti che si fanno circolare, perché poi la gente si lascia contagiare.


La domanda che mi sento quindi di porre è, questo libro potrebbe incoraggiare i lettori a odiare le donne e i giapponesi? Io credo davvero che il più importante compito di uno scrittore sia migliorare il mondo. Invitare alla comprensione di tematiche complesse attraverso una storia avvincente non è solo una questione di capacità narrative; si tratta anche di ispirare la gente con buoni pensieri. Sebbene non sia contrario alla circolazione di libri che fomentano l'odio di genere e l'odio razziale, non potrei mai definirli buoni libri. Per quanto apprezzi l'operazione narrativa di Crichton dal punto di vista dell'intrattenimento, solo in parte posso apprezzare il suo carattere divulgativo (perché ciò che insegna è solo in parte vero), mentre non posso per nulla apprezzarlo dal punto di vista dell'ispirazione, nel senso di dare al lettore quell'amore per la vita che solo i libri, certi libri, sanno dare. Chiudendolo, mi sono sentito anche io un po' più chiuso.

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Rodolfo Maggio