違う!! Cigau!! 7 differenze tra Italia e Giappone (+ una!)

Il mio caro nonno mi ha chiesto ancora una volta di scrivere un pezzo sulla cultura giapponese, e io come sempre ho accolto la richiesta con gioia. Quale regalo più grande, per un antropologo, che un gesto curiosità verso l'altro, l'altrove, verso la caleidoscopica diversità che rende questo nostro mondo così bello, perché vario? Quindi, ecco sette cose che i giapponesi fanno, non solo diversamente, ma all'opposto rispetto a noi.

1.

Cominciamo con qualcosa di immediato: i nomi. Come molti sanno, i giapponesi chiamano le persone prima per cognome e poi per nome. Abbiamo quindi Murakami Haruki, il romanziere che ha frequentato la stessa università dove mi trovo ora a lavorare, e che è diventato un fenomeno mondiale della letteratura contemporanea. È un po' come se noi dicessimo Camilleri Andrea, Manzoni Alessandro, o Eco Umberto. Una differenza forse piccola, ma che significa molto. Infatti, sembra suggerire che il gruppo, la famiglia, il villaggio sono più importanti dell'individuo. Questa è una caratteristica fondamentale del modo di pensare giapponese. Prima di tutto voglio sapere da dove vieni, ed è da ciò che capirò chi sei.



2.

Passiamo a qualcosa di un pochettino meno ovvio: il contare. I giapponesi cominciano aprendo il palmo e piegando il pollice verso l'interno. Quello è l'uno. Quando l'indice si piega su di esso, abbiamo il due, e quando restano alzati solo l'anulare e il mignolo, abbiamo il tre. A questo punto sembra superfluo dire che quando si piega il quarto dito abbiamo il quattro e che il cinque corrisponde a un pugno chiuso, con il palmo della mano rivolto verso l'interlocutore. Anche qui si potrebbe pensare che non ci sia molto da dire, ma a me piace notare che, mentre noi non abbiamo un modo fisso e condiviso di contare, i giapponesi contano tutti seguendo questa progressione. Potremmo dire che contano al contrario di noi soltanto se noi avessimo un modo unico di farlo, ma non è così. Ognuno, da noi, conta un po' come gli pare. In Giappone no, e quando gli racconto di questa differenza, strabuzzano gli occhi e mi chiedono come facciamo a capirci. Forse un giorno sarò in grado di rispondere. Per ora mi accontento di sorridere delle differenze.



3.

Vediamo di aggiungere un po' di "piccante" a questa lista. Quando fanno all'amore, i giapponesi sono come tutti quanti noi, attirati verso l'altro con la forza inarrestabile dell'istinto e del desiderio. Ma quando stanno per raggiungere l'orgasmo, non dicono "sto per per venire!" come facciamo noi (quando ci riusciamo). Loro dicono "iku!" che significa "vado!" o "andrò!". Se quindi vi capitasse di andare a letto con un/a giapponese, non crediate che stiano per sgusciare fuori dalle lenzuola. Non rispondete "ma come! proprio sul più bello??" Tranquilli, non andranno da nessuna parte. E questa è solamente un'altra delle tante differenze che vi faranno amare questo popolo, io spero, tanto quanto, in quel momento di intimità, avete amato un singolo individuo.



4.

Le differenze tra noi e loro si trovano anche in aspetti complessi della lingua giapponese, come il fatto che il verbo è sempre alla fine della frase, mentre nell'italiano ha di solito un posto in prima fila. In giapponese non si dice "Mangio la mela" ma "La mela mangio". Questo significa anche che, quando si legge o si conversa in giapponese, cogliere il senso della frase fino alla fine, non si potrà (come anche in questa frase). Addentrarsi nelle specifiche di una lingua tra le più difficili del mondo non è possibile in questa breve lista, ma per restare nell'ambito delle differenze, considerate questo: "non lo mangi l'ultimo sushi?" "No (grazie)", risponderete, se siete sazi o se volete essere generosi. Ma alla vostra risposta seguirà uno sguardo confuso. Sì, perché in giapponese dovete rispondere "sì" se quel sushi lo volete cedere, cioè se volete confermare quanto vi hanno appena chiesto: appunto, che non lo volete mangiare. Si complicano le cose? Provate a farlo, la prossima volta che siete a tavola. Vedrete che anche il loro modo di affrontare l'annosa faccenda dell'ultimo boccone ha del tutto senso. Solo, che è il senso inverso!


5.

Facciamo una pausa, che tra questo gioco di specchi si rischia di perdersi come in un labirinto. Facciamoci un giro per Tokyo, rilassiamoci, entriamo in un locale a prendere qualcosa da bere. Se veniamo avvolti in una nebbia di fumo, è perché in Giappone si può (ancora) fumare nei ristoranti e negli izakaya, quei locali cioè dove ci si rilassa dopo il lavoro, con una birra gelata e una serie di piccole e squisite pietanze. Per quanto possa dare fastidio ai salutisti, io adoro l'atmosfera fumosa dei bar. Sembra fatta apposta per addentrarsi in qualche discorso, appunto, fumoso, ma estremamente piacevole e rilassante. Al contrario, nelle strade di Tokyo è severamente vietato fumare, un divieto che viene generalmente rispettato. Ecco quindi un'altra differenza simmetrica rispetto all'Italia, dove si fuma per strada ma non nei locali.



6.

Piccola lezione di antropologia. In Occidente, l'antropologia culturale fiorì con l'obiettivo, prima di tutto, di soddisfare un interesse verso l'altro. Fu essenzialmente un tentativo di carpire, catalogare e comprendere le caratteristiche delle umane popolazioni prima che il contatto con l'Occidente le contaminasse. In Giappone... esatto, accadde sostanzialmente l'opposto.  Quando i giapponesi cominciarono a "produrre" le loro prime generazioni di antropologi, questi, per lo più, si disinteressarono "all’Altro". Ci furono delle eccezioni, come sempre, ma la tendenza era di focalizzarsi sullo studio delle origini del popolo giapponese. Se proprio proprio bisognava studiare l'Altro, si andava a Okinawa o nel Kyushu, dove gli antropologi giapponesi potevano studiare una versione "altra" di se stessi. Questa opposizione tra l'interesse per le culture altre e l'interesse per la propria, tuttavia, presto si ribaltò. Negli anni sessanta, molti antropologi occidentali sentirono il bisogno di riflettere sul loro rapporto con il colonialismo, temendo che il loro modo "pensare" le culture potesse costituire una vera e propria continuazione del colonialismo stesso. Per evitare ciò, si arrotolarono su stessi e cominciarono a porsi domande come "chi sono io? E con che diritto parlo degli altri?" Al contrario, negli anni del miracolo economico giapponese l'antropologia culturale di qui visse un periodo di grande fioritura, contribuendo a creare una delle più vive comunità di studiosi dell'alterità. In breve, quando i giapponesi studiavano se stessi, noi studiavamo gli altri; quando poi si aprirono allo studio dell’Altro, noi ci arrotolammo su noi stessi.



7.

Se questa parte vi ha annoiato, spero che vi ritroverete in questa, che tratta di qualcosa che agli italiani fa sempre accendere l'interesse: il cibo. In Giappone, si sa, si mangia un sacco di riso. Ma la cosa che a un italiano può sembrare più strana è che il pane quotidiano dei giapponesi, in effetti, per noi non è neanche una ricetta. Il riso in bianco, noi, lo mangiamo quando siamo ammalati, o per lo meno indisposti, non certo tutti i giorni! Ecco, loro invece quando sono malati preparano una ricetta chiamata okayu che assomiglia molto più al nostro risotto. Certo, se al solito italiano gastro-fondamentalista si portasse l'okayu al posto del risotto, quello di certo alzerebbe le sopracciglia e griderebbe allo scandalo. Ma se invece scegliesse di non essere così pignolo, si divertirebbe anche un po' a notare questa differenza.



Concludo questa lista riflettendo su questo ultimo punto. Il mondo è pieno di cose diverse, di cose simili, e di cose uguali; sta a noi decidere che cosa farne per raggiungere il bene maggiore per il maggior numero di persone e per il maggior tempo possibile. Viviamo in un periodo in cui sembra che la diversità debba per forza essere motivo di scontro, e purtroppo uno scontro pieno di odio e di risentimento. Io spero che questa lista vi abbia fatto sorridere e che racconterete col sorriso le differenze tra noi e il popolo giapponese ai vostri amici e familiari in Italia. Perché alla fine è tutta una questione di dove si pone l'accento, di dove si mette enfasi, di cosa si decide di sottolineare: se su quel che ci divide, o su quello che ci unisce.


In questo senso, è ognuno di noi a fare la differenza.



Bonus: I manichini in Giappone. Un'immagine vale più di tante parole!


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Rodolfo Maggio